“Il podio è un metro quadro di solitudine, in mezzo a due moltitudini” - Intervista a Gianna Fratta

Intervista di Valentina Maria Cianci

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Pianista, direttrice d’orchestra e cavaliere del lavoro. Gianna Fratta incarna tutto quello che il nostro paese esprime al meglio nel mondo: la musica, il carisma e l’eccellenza. E lo fa con grazia, mantenendo un meraviglioso equilibrio tra il suo ruolo forte di leader ed il modo leggero e umano con cui comunica con il suo pubblico. Riservata, ma decisamente molto popolare, Gianna è una delle pochissime direttrici d’orchestra donna in tutto il mondo, ma vive la sua fama come la naturale conseguenza della passione per il suo lavoro, per musica e la sperimentazione. Il miglior modo di ispirare le persone e i suoi musicisti. Questo è il nostro scambio su donne, leadership e direzione d’orchestra, un’intervista che per me svela tutta la determinazione e la coerenza di una grande professionista, fedele alla sua musa. 

Cara Gianna, intanto grazie per aver accettato la nostra intervista, è un onore poter leggere le tue parole, sei una donna forte e creativa in un ruolo splendido, sia nell’immaginario comune che nella pratica del tuo lavoro. Ma preferisci essere definita direttore o direttrice d’orchestra?

Sono una donna, dunque, secondo la grammatica italiana, devo essere definita “direttrice d’orchestra”. 

La direzione d’orchestra non è un lavoro “di genere”, tuttavia la grammatica va applicata correttamente e in quella italiana il genere esiste: una donna è una direttrice d’orchestra e un uomo è un direttore d’orchestra.

Cosa vuol dire per te essere una direttrice d’orchestra, com’è la quotidianità del tuo lavoro? E come lo vivi, in modo personale, come una relazione tra la musica, l’orchestra o come un continuum con il tuo pubblico?

La direzione d’orchestra, e più in generale la musica, non è solo il mio lavoro, è ciò a cui ho dedicato tutta la vita, in modo totale e senza risparmiarmi. Non la considero un rapporto con l’orchestra o con il pubblico. Il podio è un metro quadro di solitudine, in mezzo a due moltitudini: una è di fronte a te e una alle tue spalle, ma tu sei lì da sola a decidere e a scegliere confrontandoti con te stessa, con i tuoi limiti. Su quel metro quadro fai i conti innanzitutto con te, come allo specchio, con quanto hai studiato, con quanto hai sofferto, compreso, ben sapendo che quel metro quadro ti restituirà esattamente quanto tu hai dato a lui.

La musica è così: ti restituisce quello che le dai con una severità poco compiacente e senza mai fare sconti o regali. Ma è giusta. Giusta sempre e fino in fondo. 

Sappiamo che tieni molto alla privacy e nonostante una tua naturale predisposizione verso gli altri, si vede da come ti poni sui social, nelle interviste, è evidente che hai una tua chiara interpretazione del ruolo di personaggio pubblico, peraltro insignito di un riconoscimento istituzionale, come il Cavalierato della Repubblica. Qual è questa interpretazione? Come vivi il successo e la notorietà?

Non mi interessano, né l’uno, né l’altra. Io sono interessata ai miei sogni. 

Se smettessi di sognare, smetterei di vivere. Ma i miei sogni non riguardano mai la mia “carriera”, riguardano i miei traguardi, la mia voglia di imparare, la mia prospettiva e soprattutto la mia felicità. La musica c’entra sempre, ma non sogno mai il successo, la gloria, la visibilità. Sogno di diventare una musicista migliore, di essere una persona migliore, di scoprire nuova musica, di capirla bene, di emozionarmi, di dirigere e suonare sempre con l’entusiasmo della prima volta. Sogno il percorso bello, non l’arrivo, sogno l’emozione non le luci della ribalta, l’essere contenta di me non l’applauso.

Non interpreto, dunque, il “ruolo di personaggio pubblico” o di “Cavaliere della Repubblica”, quelle sono etichette che qualcuno ti mette addosso e alcune sono anche bellissime, ma l’unico ruolo che cerco davvero di interpretare, di vivere e di essere è quello di dirigere bene, emozionare me stessa e gli altri, rendere la mia vita e quella di chi ascolta e suona migliore per quell’ora di concerto.

Cos’è e come si esercita al meglio la leadership nel ruolo di direttore d’orchestra? Di recente hai tenuto una docenza in Bocconi proprio sul tema della leadership, hai avuto modo di approfondire il parallelismo tra un team di musicisti ed un team in un’azienda. Vedi molte somiglianze, come hai spiegato ai ragazzi la tua esperienza in modo che potessero in futuro farne tesoro come manager e imprenditori? 

Il funzionamento di un’orchestra e il ruolo del direttore sono da tempo studiati per indagare sul concetto di leadership, analizzare le qualità necessarie ad un manager, comprendere i meccanismi che regolano i rapporti all’interno di un gruppo di lavoro. L’orchestra vede la più grande concentrazione di persone in un piccolo spazio, il che comporta la necessità di organizzare il lavoro in modo molto accurato. I meccanismi che regolano l’attività di un gruppo devono esser tesi a valorizzare le singole competenze sottolineando l’interdipendenza di tutti da tutti gli altri e insegnando ad accettare la corresponsabilità del risultato finale. Sono decisamente temi trasversali, con principi applicabili negli ambiti più disparati. La direzione non è ciò che sembra: si crede che sia un ruolo di potere, invece è innanzitutto un ruolo di responsabilità, che condividi solo con te stessa e che ti assumi in nome della musica.

Non è autorità, ma sapere tirare fuori il meglio che c’è in ognuno. Non palcoscenici, ma notti sulla scrivania a studiare senza trovare soluzioni convincenti. Ci vogliono umanità, sorrisi, energia infiniti.

Non bisogna saper comandare. Non funziona. Bisogna convincere tutti a puntare lì in fondo a quello stesso, lontano obiettivo che tu hai scelto per tutti, percorrendo la stessa strada. Riuscire ad essere un porto anche quando tu sei in mezzo alla tempesta, saper infondere sicurezza, mentre sei assalito dai dubbi, lanciare sguardi di gioia mentre ti si stanno attorcigliando le budella, infondere fiducia mentre vacilli, reagire all’imprevisto spalancando gli occhi, guardando tutti e facendogli credere che sopravvivremo fino all’ultima nota e che dopo sarà un successo.

E poi ti giri e c’è l’applauso. E lì la sfida, per quella sera, l’hai vinta. L’hai vinta insieme a tutta l’orchestra, ai solisti, a quelli che ci hanno messo l’anima. Perché la bacchetta non suona e un direttore senza chi ha di fronte non può nulla.

Ai ragazzi della Bocconi ho parlato di questo, di cosa vuol dire gestire un gruppo di persone e motivarle, gli ho spiegato di tutte le competenze e abilità necessarie e che sono di cinque tipologie: musicali, tecniche, organizzative, culturali, umane. Per ognuna di queste tipologie ho portato esempi e soprattutto ho cercato di insegnare questo: tutto si può migliorare ed imparare studiando. 

Essendo una delle pochissime donne direttore d’orchestra, detieni molti primati, molti dei quali significativi: sei stata la prima donna a dirigere l’orchestra del Senato della Repubblica, ma anche la prima con i Berliner Symphoniker … quali di questi è stato il primato che più hai sentito e per quale l’essere una donna ha rappresentato qualcosa in più o ha dato un peso specifico al momento?

L’essere donna non ha mai rappresentato “qualcosa in più”. Rispetto alla musica il genere non conta assolutamente. E devo dire che i “primati” mi inquietano; sono il segno tangibile di quanta strada ci sia ancora da fare. Se negli anni duemila sono ancora la prima donna a tagliare certi traguardi… vuol dire che il percorso è ancora lunghissimo.

I concerti più belli che ho diretto, comunque, sono stati quelli con orchestre giovanili. I giovani mi emozionano sempre. Vedo nei loro occhi il futuro della musica, la speranza e la gioia di suonare, la voglia di riuscire, la vita.

Come mai le donne sono così poche rappresentate nel tuo ambiente? Cosa perde la musica per questa carenza? C’è una sfumatura al femminile, nell’esecuzione di una partitura, che renderebbe interessante avere più donne direttore d’orchestra? 

Partiamo dall’ultima domanda: direi di no o comunque non più e non diversamente che in qualsiasi altra professione.

Sono convinta che il lavoro del direttore d’orchestra non sia una prerogativa di genere e dunque che un genere piuttosto che l’altro possa apportare specificità rilevanti in quanti provenienti da donne o da uomini. Sono le persone, con le loro sensibilità, con la loro musicalità, col loro impegno, studio, profondità interpretativa che possano contribuire all’evoluzione di un ruolo complesso e apicale nel mondo della musica.

Bisogna sfatare alcuni luoghi comuni: nessuno penserebbe mai che una pianista apporti qualcosa di diverso da un pianista all’evoluzione dell’interpretazione pianistica. Allo stesso modo un direttore d’orchestra, uomo o donna, non apporta altro che la propria personalità e il proprio essere, non legati al genere più che in qualsiasi altro mestiere, ruolo o professione, dall’ingegnere all’architetto, dal flautista all’autista.

La distinzione è solo e sempre tra direttori d’orchestra bravi o non bravi e non tra direttori d’orchestra uomini e direttrici d’orchestra donne. Ho visto e ascoltato direttori uomini molto più sensibili di donne, come ho ascoltato e visto direttrici donne estremamente più brave e preparate di colleghi uomini. Siamo persone e musicisti, prima che uomini e donne, almeno al cospetto della musica, che è un’arte profondamente severa e altrettanto incapace di fare distinzione di razza, religione e anche genere. Di fronte a lei solo il merito conta, il talento, l’impegno. Tutti siamo uguali.

Per quanto riguarda la scarsa presenza di donne sul podio, ci sarebbe da fare un discorso lunghissimo, cercando motivazioni di carattere storico, culturale e sociale. Vorrei solo dire, per non dilungarmi troppo, che è iniziato un percorso anche di auto-consapevolezza delle donne. Ci vorrà del tempo, ma sono certa che tra duecento anni nessuno più farà caso al fatto che sul podio ci sia un uomo o una donna. Sono processi lunghi, ma questo è iniziato.

Cosa consiglieresti a una giovane donna che sta iniziando la sua carriera nel settore ora?

Di farlo, di crederci, di provarci, puntando tutto sul merito, sullo studio e sulla preparazione. Senza risparmiarsi, senza giustificarsi, senza atteggiamenti vittimistici o distruttivi. Il lavoro è poco, ma c’è. Le occasioni capitano se vivi al Nord o se vivi al Sud. Gli spazi per le persone davvero preparate ci sono. Non pensiamo mai a coloro che ci sorpassano perché hanno trovato una scorciatoia, a quelli che vedi sfrecciare perché qualcuno gli ha aperto una porta che doveva essere aperta a te, non parliamo mai e cancelliamo dalla nostra mente i raccomandati, le loro strategie, le loro tecniche.

Prima o poi li saluteremo da lontano, perché il mondo ha bisogno di persone che conoscono il proprio mestiere e, se ci sono spazi per i raccomandati, è solo e sempre perché ci sono persone davvero brave che fanno il lavoro per tutti. Bisogna essere tra questi e ignorare lo sporco che ci circonda, non perché non ci sia o perché non lo vediamo, ma perché dobbiamo essere in grado di trovarci più in alto e su un piano in cui la sporcizia non possa intaccarci. Da lassù troveremo lo spazio che ci meritiamo. Chi scende a compromessi, dopo ne resta vittima. La libertà e il merito, prima di tutto.